Essere · 7 min ·

Uscire dalla testa: scendere nel respiro, sotto l'ombelico

Viviamo quasi tutto il giorno dietro gli occhi. Portare il respiro e l'attenzione in basso, nel ventre, cambia il peso dei pensieri senza doverli combattere.

Marco Mignogna

Bicchiere stilizzato su sfondo nero

È sera, la giornata è finita ma la testa no: pesa, preme, ripete le stesse frasi. Uscire dalla testa sembra impossibile finché la cerchi con la testa.

Provi a ragionare per uscirne, e ogni ragionamento aggiunge un pensiero nuovo.

Poi, quasi per caso, lasci andare il respiro più in basso. Porti l'attenzione sotto l'ombelico e la tieni lì. I pensieri non spariscono, ma qualcosa cambia: non riescono più a prenderti.

Perché viviamo così tanto nella testa?

Quasi tutto ciò che facciamo durante il giorno passa dalla testa. Leggiamo, scriviamo, rispondiamo, pianifichiamo, guardiamo schermi a mezzo metro dagli occhi. Anche il riposo, spesso, è fatto di altri schermi e di altri pensieri.

A poco a poco ci si abitua ad abitare lì, dietro gli occhi. Il resto del corpo diventa un mezzo di trasporto: porta la testa da una riunione all'altra, e si fa sentire solo quando fa male.

Nel Metodo Presenza questo spostamento ha un nome: proiezione. È la tendenza a vivere sempre un passo più in là, nel pensiero di ciò che è stato o di ciò che sarà. Il suo contrario è il radicamento: tornare a ciò che c'è, qui, adesso, nel corpo che respira.

Il problema non è pensare. Il pensiero è uno strumento prezioso, e il Metodo non chiede di spegnerlo.

Il problema è quando lo strumento diventa la casa. Quando non sai più stare da nessun'altra parte.

Allora la testa si riempie, e ogni tentativo di svuotarla con altri pensieri la riempie ancora di più. È come cercare di asciugare un pavimento con uno straccio bagnato.

Per uscire da questo giro serve un gesto che non passi dal pensiero. Il più semplice che conosciamo è scendere.

Uscire dalla testa: dove scendere?

Se la pratica non dice altro, il Metodo indica un punto preciso: il basso ventre, qualche dito sotto l'ombelico. Non serve trovarlo con esattezza. Basta portare lì l'attenzione e sentire il respiro che entra ed esce.

Perché proprio lì? Perché è lontano dalla testa, è stabile, ed è un luogo in cui il respiro si sente con chiarezza quando lo lasci libero. Quando l'attenzione si appoggia in basso, la parte alta del corpo può smettere di fare tutto il lavoro.

Puoi pensarlo come il fondo di un vaso. Finché l'acqua è agitata in superficie, sembra che tutto il vaso sia in tempesta.

Ma il fondo è fermo. Scendere significa ricordarti che quel fondo c'è, anche quando la superficie si muove.

Gli occhi possono restare chiusi, oppure socchiusi con lo sguardo basso, a un metro davanti a te. Non fissare niente e non spingere lo sguardo verso l'alto: gli occhi riposano, e anche questo aiuta l'attenzione a non risalire.

Quando ti accorgi di essere tornato nella testa, e succederà moltissime volte, riporta l'attenzione giù, senza commentare. Non c'è niente da correggere. Il ritorno è la pratica.

Cosa succede ai pensieri quando scendi?

Chi prova questo gesto per la prima volta di solito si aspetta il silenzio. Pensa che, scendendo, i pensieri debbano tacere. Non succede quasi mai, e non è questo il punto.

I pensieri continuano a passare. Ma da un altro posto li senti diversamente.

Prima erano dentro di te, ora sono sopra di te, come il rumore di una strada sentito da una stanza al piano di sotto. Ci sono, ma non ti chiamano più per nome.

È la differenza tra essere un pensiero e vederlo passare. Nel Metodo la parte di te che vede si chiama Testimone. Scendere nel ventre è uno dei modi più semplici per incontrarla, perché ti mette fisicamente a distanza da ciò che la testa produce.

A volte, in questo spazio, arriva qualcosa che non avevi cercato. Una quiete larga, o una gioia senza motivo, come se il corpo si ricordasse di essere vivo. Quando succede, lasciala esserci, senza afferrarla.

Ma non praticare per ottenerla. Se scendi per inseguire uno stato speciale, hai portato di nuovo tutto nella testa: aspettative, confronti, giudizi. E la seduta in cui non succede niente diventa una seduta sbagliata.

Non esistono sedute sbagliate. Ci sono giorni in cui scendi e trovi quiete, giorni in cui scendi e trovi stanchezza, giorni in cui risali dieci volte in un minuto. In tutti quei giorni hai fatto la stessa cosa: sei tornato.

Respirare dal basso, senza forzare

Il respiro aiuta l'attenzione a scendere, ma non va spinto. Non serve gonfiare la pancia né riempire i polmoni fino in fondo. Basta lasciare il respiro libero e notare dove arriva.

Se lo lasci fare, spesso il movimento scende da solo: il ventre si alza un poco quando l'aria entra e si abbassa quando esce. Se invece senti il respiro alto, nel petto o nelle spalle, va bene lo stesso. Notalo, e lascia che sia l'attenzione a scendere per prima.

Puoi immaginare che ogni espirazione porti l'attenzione un po' più in basso, come un sasso che affonda lentamente nell'acqua. Non è una tecnica da eseguire, è un'immagine che aiuta a lasciar andare.

La regola resta quella di sempre: il respiro non si forza. Se senti un capogiro, un formicolio o fame d'aria, torna al respiro naturale. Pratica seduto o sdraiato, mai mentre guidi o sei in acqua.

E il respiro non è un rimedio. Scendere nel ventre non cura niente e non promette niente: ti dà un posto dove stare mentre la testa fa il suo rumore. Se un disagio dura nel tempo, parlane con un medico.

Nella pratica: scendere in cinque respiri

Questo gesto si può fare ovunque, in pochi secondi o per qualche minuto.

  1. Fermati. Seduto, con i piedi a terra, oppure sdraiato.

  2. Riposa gli occhi. Chiudili, o abbassa lo sguardo a un metro davanti a te.

  3. Porta l'attenzione qualche dito sotto l'ombelico. Puoi appoggiarci una mano, se ti aiuta a sentirlo.

  4. Lascia il respiro libero per cinque respiri. Senti lì il ventre che si muove, senza cambiare niente.

  5. Nota i pensieri da sotto. Lasciali passare. Quando ti accorgi di essere risalito, torna giù.

Comincia con cinque respiri, due o tre volte al giorno, nei momenti in cui la testa è più piena. Quando il gesto ti è diventato familiare, puoi restare cinque minuti, una volta al giorno, sempre alla stessa ora.

Non serve fare di più. Il valore di questo gesto sta nella ripetizione, non nella durata: cinque respiri fatti ogni giorno nei momenti pieni insegnano più di una lunga seduta fatta ogni tanto.

Con il tempo, scendere smette di essere un esercizio. Diventa un luogo che conosci, e in cui puoi tornare anche in mezzo a una riunione, senza che nessuno se ne accorga.

Domande frequenti

È la stessa cosa di respirare con la pancia?

Non proprio. Respirare con la pancia descrive il movimento del respiro. Qui la cosa principale è dove porti l'attenzione: nel basso ventre, qualche dito sotto l'ombelico.

Spesso, quando l'attenzione scende, anche il respiro si sposta in basso da solo. Ma se il respiro resta alto, la pratica funziona lo stesso: è l'attenzione che scende per prima.

Cosa faccio se non sento niente?

Va bene così. Non c'è una sensazione giusta da trovare. Se non senti il movimento del ventre, appoggia una mano sotto l'ombelico e senti la mano che sale e scende.

Se anche così non senti molto, resta lo stesso con l'attenzione in quel punto. Il gesto è portare l'attenzione lì e tornarci, non ottenere una sensazione precisa.

Può aiutare quando ho mal di testa?

Questa pratica non è una cura e non va usata al posto di una visita o di una terapia. Puoi provarla quando la testa è pesante, osservando ciò che senti, senza aspettarti un effetto. Se hai mal di testa frequenti o forti, il primo passo è parlarne con il tuo medico.

Si può fare anche camminando o lavorando?

Sì, in forma breve. Mentre cammini puoi portare l'attenzione nel ventre per qualche passo, tenendo gli occhi aperti e lo sguardo sulla strada.

Al lavoro bastano tre respiri prima di rispondere a una mail o di entrare in una riunione. Non serve chiudere gli occhi: basta sentire per un istante dove sei.

Per continuare

Nella Guida al Metodo, gratuita, il capitolo Proiezione e radicamento propone la pratica Mettere radici. Per il senso del respiro nel Metodo, leggi Respiro consapevole: la porta più vicina alla presenza. Per la parte di te che vede i pensieri passare, L'osservatore interiore.