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Scrivere un diario fa bene? Cosa dice la ricerca

Le prove esistono, ma riguardano un protocollo preciso e mostrano effetti medi piccoli. Cosa possiamo dire con onestà del diario di ogni giorno.

Marco Mignogna

Penna stilizzata su sfondo nero

Hai letto che tenere un diario fa bene alla mente, al corpo, persino al sistema immunitario. Lo dicono decine di articoli, quasi sempre con grande entusiasmo e pochissimi dettagli. Prima di prendere in mano il quaderno, vale la pena chiedersi se scrivere un diario fa bene davvero, e in che senso.

La risposta della ricerca esiste, ed è più interessante dei titoli. Ma riguarda qualcosa di un po' diverso da quello che immagini.

Cos'è la scrittura espressiva?

Quasi tutte le prove scientifiche sui benefici della scrittura vengono da un filone di ricerca preciso: la scrittura espressiva. Il nome più noto è quello dello psicologo statunitense James Pennebaker, che nel 1997 ne ha riassunto metodo e risultati sulla rivista Psychological Science. Il protocollo è semplice e sempre simile.

I partecipanti vengono divisi a caso in due gruppi. Un gruppo scrive dei propri pensieri e sentimenti più profondi su una questione emotiva molto importante, l'altro scrive di argomenti superficiali. Si scrive per circa 15-30 minuti al giorno, per 3-5 giorni di seguito.

Le regole sono poche. La scrittura è confidenziale, ortografia e grammatica non contano, e l'unica richiesta è continuare a scrivere fino allo scadere del tempo. Nessuno legge e nessuno commenta.

È importante notarlo fin da subito. Non si tratta di un diario quotidiano tenuto per mesi, ma di poche sessioni intense, concentrate su un'esperienza che pesa.

Molti articoli divulgativi saltano questa differenza. Ed è da lì che nascono molte promesse esagerate.

Il gruppo di controllo, quello che scrive di argomenti superficiali, è essenziale. Permette di capire se i benefici vengono dal contenuto emotivo della scrittura, e non semplicemente dal fatto di sedersi a scrivere per qualche giorno.

Cosa hanno trovato i primi studi?

Nella sintesi del 1997, Pennebaker riporta risultati su più fronti. Nelle persone relativamente sane, chi aveva scritto delle proprie esperienze emotive tendeva a rivolgersi meno spesso al medico nei mesi successivi. Alcuni studi hanno osservato cambiamenti in misure del sistema immunitario.

Ci sono anche effetti sul comportamento. In alcuni studi, studenti che avevano fatto la scrittura espressiva hanno ottenuto voti migliori, professionisti licenziati hanno ritrovato lavoro più in fretta, e dipendenti universitari si sono assentati meno.

Sul piano dell'umore il quadro è più misto. Alcuni studi hanno trovato miglioramenti dell'umore e del benessere a lungo termine rispetto ai gruppi di controllo, altri non hanno trovato effetti coerenti. E alcune cose non sono cambiate affatto, come l'esercizio fisico e il fumo.

C'è infine un dato che i titoli entusiasti dimenticano quasi sempre. Durante i giorni di scrittura molte persone si sentivano peggio: piangevano, si turbavano, descrivevano l'esperienza come dolorosa.

Eppure la grande maggioranza, a posteriori, la considerava preziosa e significativa. È un dettaglio che dice molto: la scrittura che aiuta non è sempre piacevole.

Va ricordato anche che si tratta di risultati raccolti in studi diversi, con persone e misure diverse. La sintesi del 1997 mostra una direzione, non un effetto garantito per chi scrive.

Quanto sono grandi gli effetti, secondo le meta-analisi?

Un singolo studio, o anche una serie di studi dello stesso filone, può dare un'immagine parziale. Per questo contano le meta-analisi, che mettono insieme molti studi e ne calcolano l'effetto medio. La più ampia è quella pubblicata da Joanne Frattaroli nel 2006 su Psychological Bulletin.

Frattaroli ha analizzato 146 studi randomizzati sulla scrittura e sul racconto di esperienze personali. Il risultato è chiaro: l'effetto medio è positivo e statisticamente significativo, ma piccolo. Espresso con l'indice statistico usato dall'autrice, vale circa 0,075.

Cosa significa in pratica? Che in media scrivere delle proprie esperienze emotive aiuta un po', non tanto. Non è una cura, e non trasforma la vita di tutti.

Per alcune persone e in alcune condizioni l'effetto può essere maggiore, per altre quasi assente. La meta-analisi esamina proprio questi fattori che lo modificano, a conferma che non esiste un risultato uguale per tutti.

Questo non rende la scrittura inutile. La rende uno strumento modesto e onesto, che vale la pena usare senza aspettarsi miracoli: esattamente il contrario di ciò che promettono molti articoli sul tema.

C'è anche un aspetto di metodo che vale la pena conoscere. Frattaroli ha usato modelli statistici pensati per generalizzare i risultati oltre gli studi analizzati, a differenza di due meta-analisi precedenti: il suo numero è anche, per questo, più prudente.

Scrivere un diario fa bene come la scrittura espressiva?

Non esattamente. Le prove che abbiamo riguardano soprattutto la scrittura espressiva: poche sessioni intense su un'esperienza emotiva importante. Il diario quotidiano, che molti tengono per anni, è un'abitudine diversa, con tempi e contenuti diversi.

Questo non significa che il diario quotidiano non serva. Significa che non possiamo prendere i risultati della scrittura espressiva e applicarli pari pari a qualsiasi forma di scrittura personale. Chi lo fa sta promettendo più di quanto la ricerca dica.

Cosa possiamo dire con onestà? Che il diario quotidiano condivide con la scrittura espressiva alcuni ingredienti: dare forma all'esperienza, rallentare, guardare ciò che è successo con un po' di distanza. E che molte persone lo trovano utile, anche se le prove scientifiche specifiche sono meno solide.

Il modo più saggio di usarlo è sperimentare su di sé. Tienilo per qualche settimana, osserva cosa cambia, e decidi se ti serve.

È un approccio meno spettacolare, ma più rispettoso della tua esperienza. E ti mette nella posizione giusta: quella di chi osserva, invece di chi aspetta un risultato promesso.

Un esempio aiuta. Scrivere per quindici minuti, tre giorni di seguito, di una separazione dolorosa è un gesto molto diverso dall'annotare ogni sera cosa è rimasto della giornata. Entrambi possono avere valore, ma la ricerca citata qui riguarda il primo.

Perché scrivere aiuta a vedere?

La ricerca misura gli effetti, ma lascia aperta una domanda: perché scrivere dovrebbe aiutare? Le spiegazioni proposte sono diverse, e nessuna è definitiva. Qui il Metodo Presenza offre una lettura propria, che non pretende di essere scientifica.

Quando un'esperienza resta solo nella testa, tende a girare in tondo. Si ripete, si mescola con altri pensieri, cambia forma a ogni ripasso. Scriverla la costringe a prendere una forma: un inizio, una fine, delle parole precise.

In quel passaggio succede qualcosa di simile a ciò che il Metodo chiama Testimone. Non sei più solo dentro l'esperienza, la stai anche guardando. La pagina diventa uno specchio che rimanda indietro ciò che era confuso.

Per questo nel Metodo il diario non serve a giudicare la giornata. Serve a vederla, con un po' di distanza, prima che diventi solo un altro pensiero che gira.

Questa è un'interpretazione, non un risultato di laboratorio. Ma è coerente con ciò che molte persone raccontano: dopo aver scritto, la stessa situazione sembra più piccola, o più chiara.

È anche il motivo per cui nel Diario dell'app gli stati interiori si scelgono all'inizio della scrittura. Dare un nome a ciò che senti è il primo passo per guardarlo.

Un imperatore che scriveva a se stesso

Tra il 170 e il 180 dopo Cristo, l'imperatore romano Marco Aurelio scrisse in greco una serie di note personali. Non erano destinate alla pubblicazione: erano annotazioni private, scritte per se stesso. Oggi le conosciamo come i Pensieri, o Meditazioni, e sono uno dei testi più noti della filosofia stoica.

In quelle pagine l'uomo più potente del suo tempo non racconta battaglie o successi. Si richiama all'ordine, si ricorda ciò che conta, si rimprovera e si incoraggia.

In un passo famoso si propone di cominciare il mattino ricordando a se stesso quali persone difficili incontrerà durante il giorno, e come vuole comportarsi con loro. È un diario nel senso più profondo: un luogo dove tornare ogni giorno a ciò che si vuole essere.

Nei Pensieri la scrittura appare come un esercizio, non come uno sfogo. Marco Aurelio torna sugli stessi principi, li riformula, se li ripete, come chi allena un gesto.

Duemila anni dopo, la ricerca ci dice che scrivere di ciò che viviamo può aiutare un po', in media. Marco Aurelio non aveva bisogno di una meta-analisi per tenere il suo quaderno, ma è curioso come le due strade, per vie diverse, arrivino vicine.

Come scrivere in modo utile, secondo la ricerca?

La ricerca non dà istruzioni per il diario quotidiano, ma dagli studi sulla scrittura espressiva si possono ricavare alcune indicazioni prudenti. La prima: scrivere di ciò che conta davvero, non solo dei fatti superficiali. Negli esperimenti, scrivere di argomenti superficiali era proprio la condizione di controllo.

La seconda: scrivere senza preoccuparsi della forma. Nei protocolli ortografia e grammatica non contano, e l'unica regola è continuare a scrivere. Togliere il giudizio sulla scrittura aiuta a lasciar uscire ciò che c'è.

La terza: mettere in conto il disagio. Scrivere di esperienze dolorose può far stare peggio durante i giorni di scrittura. È un dato da rispettare, non da forzare: se una ferita è troppo grande, è meglio affrontarla con un professionista.

La quarta: non aspettarsi miracoli. In media gli effetti sono piccoli, e va bene così.

Un gesto piccolo, ripetuto in una pratica che ti aiuta a vedere, può avere un valore che un numero medio non racconta. Ma questo, appunto, lo scoprirai tu.

Un'ultima indicazione viene dal buon senso più che dalla ricerca: non trasformare il diario in un tribunale. Se ogni sera scrivi solo per rimproverarti, la pagina diventa un altro luogo di giudizio, non di visione.

Domande frequenti

Quanti minuti bisogna scrivere?

Negli studi sulla scrittura espressiva si scriveva per circa 15-30 minuti al giorno, per 3-5 giorni consecutivi. Per un diario quotidiano non esistono indicazioni altrettanto precise dalla ricerca. Cinque o dieci minuti al giorno sono un buon punto di partenza: abbastanza per guardare la giornata, abbastanza pochi per non trasformare il diario in un dovere.

Scrivere di cose dolorose fa stare peggio?

Può succedere, almeno nel breve periodo. Negli studi raccolti da Pennebaker molte persone si sentivano turbate durante i giorni di scrittura, anche se la maggior parte considerava poi l'esperienza preziosa. Se un'esperienza è molto dolorosa o traumatica, è meglio affrontarla con un professionista: gli Scritti non sostituiscono un medico o uno psicoterapeuta.

Il diario può curare ansia o depressione?

No, e la ricerca citata qui non lo sostiene. La scrittura espressiva ha mostrato effetti medi piccoli, e non sostituisce le cure.

Può essere un aiuto quotidiano, un modo per vedere con più chiarezza ciò che si vive. Se l'ansia o la tristezza durano nel tempo, è importante rivolgersi a un medico o a uno psicoterapeuta.

Meglio scrivere a mano o al computer?

La ricerca citata in questo articolo non permette di stabilirlo, e non abbiamo trovato prove solide in un senso o nell'altro. Conta di più scrivere con regolarità e con sincerità. Scegli il mezzo che ti fa scrivere davvero: la carta rallenta e aiuta a restare sulla frase, il telefono è sempre con te.

Per continuare

Il Diario dell'app ti aspetta ogni giorno con una pagina pronta, e i Guidati propongono percorsi di scrittura a tappe. Per i primi passi pratici, leggi Come tenere un diario quando non sai cosa scrivere. Per usarlo come chiusura della giornata, Routine serale: come staccare la testa dal lavoro.