Essere · 10 min ·

Il potere delle storie: cosa dice la ricerca, e perché una storia può portarti a praticare

Trasporto narrativo, simulazione, distanza da sé: cosa sappiamo su come le storie ci assorbono, e perché le Contemplazioni cominciano con un racconto.

Marco Mignogna

Libro stilizzato su sfondo nero

Hai cominciato un libro prima di dormire e alzi gli occhi un'ora dopo, senza aver sentito il tempo passare. Per un'ora la stanza non c'era. Il potere delle storie è tutto in quell'ora: un racconto ti porta via, e mentre sei via smetti di difenderti.

Le Contemplazioni di Presenza usano questo potere in un modo preciso. Non ti chiedono di metterti a meditare. Ti raccontano una storia, e quando la storia si ferma ti ritrovi già dentro la pratica.

In questo Approfondimento vediamo cosa dice la ricerca psicologica sulle storie, e come queste scoperte hanno orientato la forma delle Contemplazioni. Con una premessa onesta: nessuno studio ha mai verificato le Contemplazioni. Gli studi che citiamo riguardano le storie in generale.

Perché il potere delle storie interessa la pratica?

Chi prova a meditare per la prima volta incontra spesso un ostacolo che non ha niente a che fare con il respiro. È la resistenza. Mi siedo e devo meditare: la mente si mette sulla difensiva, comincia a giudicare, a chiedersi se lo sta facendo bene, se serve, quanto manca.

È un paradosso. La pratica chiede di lasciar andare il controllo, e il modo stesso in cui la proponiamo, con istruzioni e consegne, mette in allarme proprio la parte che controlla.

Le storie funzionano in un altro modo. Nessuno si siede ad ascoltare una storia con la pretesa di riuscirci.

Si ascolta, e basta. Il giudizio si abbassa, l'attenzione si raccoglie su una scena, il corpo si ferma da solo.

L'idea delle Contemplazioni nasce da qui: usare la storia come porta. Prima ti porta via dalle tue preoccupazioni, poi ti riporta in te stesso, in un momento in cui le difese sono più basse.

C'è anche un aspetto più semplice. Ascoltare una storia è un gesto che tutti sanno fare fin da bambini. Non richiede una competenza da imparare, e nessuno teme di ascoltarla nel modo sbagliato.

Che le storie abbiano questo effetto sull'attenzione non è solo un'intuizione. È uno dei temi più studiati della psicologia della narrazione.

Cos'è il trasporto narrativo?

Nel 2000 Melanie Green e Timothy Brock hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology uno studio diventato un punto di riferimento. Hanno dato un nome a quell'ora passata dentro un libro: trasporto narrativo.

Lo descrivono come un assorbimento nella storia che coinvolge immagini mentali, emozioni e attenzione. Tutti i sistemi della mente convergono sulla narrazione, e alcuni fatti del mondo reale diventano meno accessibili.

Nei loro quattro esperimenti, con gruppi da circa settanta a quasi trecento partecipanti, le persone più trasportate da una storia mostravano convinzioni più vicine a quelle della storia e giudizi più favorevoli sui personaggi. In uno degli esperimenti, chi era più trasportato segnalava anche meno passaggi che suonavano falsi: gli autori lo leggono come una minore tendenza a controbattere.

C'è un risultato ulteriore. In genere, presentare la storia come vera o come inventata non cambiava il grado di trasporto né l'effetto sulle convinzioni. Una storia inventata, se ci prende, ci prende quanto una vera.

Questo dato ha due facce, e vale la pena guardarle entrambe. La prima: una storia può abbassare la resistenza e aprire uno spazio che le istruzioni non aprono. La seconda: lo stesso meccanismo è usato dalla pubblicità e dalla propaganda per farci accettare idee senza esaminarle.

Per questo le Contemplazioni hanno regole precise. La storia non vende niente e non sostiene una tesi.

Non c'è una morale da accettare. Il personaggio si accorge di qualcosa, e la domanda finale chiede di osservare, non di credere.

Perché una storia ci fa vivere un'esperienza che non è nostra?

Raymond Mar e Keith Oatley, in un articolo del 2008 su Perspectives on Psychological Science, hanno proposto un'idea che aiuta a capire cosa succede quando ascoltiamo una storia. Secondo loro la finzione funziona come una simulazione dell'esperienza sociale.

Quando seguiamo un personaggio, facciamo nostri i suoi scopi, sentiamo le sue emozioni quando incontra un ostacolo, prevediamo cosa farà. È un po' come un simulatore di volo per la vita: ci permette di attraversare situazioni senza viverle davvero.

Va detto che è una proposta teorica, sostenuta da studi in buona parte correlazionali e da pochi esperimenti con effetti modesti. Non sappiamo con certezza quanto questi effetti durino, né se valgano per tutti allo stesso modo.

Ma l'idea di fondo descrive bene ciò che chiunque abbia letto un romanzo conosce. Per qualche minuto, la fretta di un personaggio in fila alla cassa diventa un po' anche la tua. Senti il suo nervosismo, vedi i suoi pensieri, prevedi il suo gesto.

Per questo le storie delle Contemplazioni partono sempre da un momento ordinario. Non un ritiro in montagna, ma una fila, una cucina, una panchina, una bottega. Più la scena assomiglia alla vita di chi ascolta, più è facile entrarci.

Perché il racconto è in terza persona?

Le storie delle Contemplazioni hanno sempre un personaggio con un nome inventato, raccontato in terza persona. Non è solo una scelta di stile. È legata a un altro filone di ricerca, quello sulla distanza da sé.

Ethan Kross e Ozlem Ayduk hanno riassunto nel 2011, su Current Directions in Psychological Science, una serie di studi su come riflettiamo sulle esperienze negative. Hanno confrontato due prospettive.

Nella prima si riguarda l'esperienza da dentro, rivivendola come se stesse accadendo di nuovo. Nella seconda la si guarda da osservatori distaccati, come una mosca sul muro.

Chi riflette da dentro tende a ripercorrere i dettagli e le emozioni. Chi guarda da fuori tende a vedere il contesto più ampio e a dare un senso all'esperienza. Negli studi riassunti, la prospettiva distaccata è stata associata a meno disagio subito dopo la riflessione e a meno rimuginio nel tempo.

Gli autori segnalano anche dei limiti. Gli effetti sembrano esserci solo quando le persone cercano di capire perché si sentono così, non quando si concentrano soltanto sulle emozioni. E i benefici di lungo periodo sono stati studiati soprattutto in persone senza disturbi.

Una storia in terza persona offre qualcosa di simile alla prospettiva della mosca sul muro. Vedi la fretta di qualcun altro prima di vedere la tua.

Puoi riconoscerla senza sentirti accusato, perché non sei tu. E quando la pratica comincia, ci arrivi da un passo indietro.

Come si passa dalla storia al corpo?

C'è però un rischio. Se la storia resta solo di qualcun altro, resta un bel racconto e niente più. Il passaggio decisivo è quello in cui l'esperienza del personaggio diventa la tua.

Nel 2012 Geoff Kaufman e Lisa Libby, dell'Università statale dell'Ohio, hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology una serie di studi su quello che chiamano assunzione dell'esperienza. È il momento in cui chi legge sente le emozioni e i pensieri del personaggio come se fossero propri, quasi dimenticando la propria identità.

In uno degli studi, condotto con studenti universitari pochi giorni prima di un'elezione, chi aveva letto in prima persona la storia di uno studente della propria università che superava mille ostacoli per votare riferiva più spesso, dopo, di essere andato a votare.

Un altro dettaglio è curioso. In un esperimento, leggere davanti a uno specchio rendeva più difficile immedesimarsi: ricordarsi di sé blocca l'ingresso nel personaggio. Gli effetti, precisano gli autori, sono legati alle condizioni giuste e possono essere temporanei.

Le Contemplazioni usano questo meccanismo in due tempi. Durante il racconto sei dentro il personaggio, e la terza persona ti tiene a una distanza sicura.

Poi la voce dice: la storia si ferma qui, tu resta dove sei. E la pratica riprende il punto esatto del personaggio, ma nel tuo corpo.

È lì che la distanza si chiude. La fretta di quella signora alla cassa diventa una domanda su di te, sentita nel basso ventre, non pensata con la testa.

La musica, il silenzio e la domanda

Le ultime tre parti della forma non hanno studi da citare in questo articolo, e preferiamo dirlo chiaramente. Esiste molta ricerca sugli effetti della musica, ma qui non la usiamo per promettere niente.

La musica nelle Contemplazioni ha un ruolo più semplice: segna i passaggi. Sale quando il racconto finisce, così senti che qualcosa è cambiato senza bisogno di spiegazioni. Poi diventa un tappeto senza melodia, per non portare via l'attenzione dalla pratica.

Anche la voce cambia ruolo. Nel racconto narra, nella pratica accompagna. Le pause tra una frase e l'altra si allungano, fino a lasciare mezzo minuto senza parole, perché la pratica accade soprattutto lì, non nelle istruzioni.

Il silenzio finale è lo spazio in cui nessuno ti dice cosa fare. Dopo la storia e dopo la voce, è il momento in cui ciò che hai visto può restare senza essere commentato.

La domanda per il Diario arriva solo alla fine, e chiede di osservare, non di giudicarsi. Scrivere ciò che hai notato è un modo per portare la pratica fuori dall'ascolto. Sugli effetti della scrittura la ricerca è più ampia e più sfumata di quanto si creda: ne abbiamo parlato nell'Approfondimento sul diario.

Cosa non sappiamo?

Ora i limiti, che sono importanti.

Primo: nessuno degli studi citati ha studiato le Contemplazioni o una forma simile. Riguardano storie scritte, lette in laboratorio, quasi sempre da studenti universitari.

Le Contemplazioni sono audio, con musica e pratica. Possiamo dire che la loro forma è coerente con queste scoperte, non che ne sia stata dimostrata l'efficacia.

Secondo: molti effetti osservati sono di breve durata. Le convinzioni cambiate da una storia, l'immedesimazione, il disagio ridotto dalla distanza da sé: gli studi li misurano per lo più subito dopo, o nel giro di qualche settimana.

Terzo: il trasporto narrativo non è buono o cattivo in sé. Abbassa le difese, e per questo va usato con rispetto. Una storia che ti prende può portarti verso la presenza, ma anche verso un acquisto o un'idea che non hai esaminato.

Quarto: non tutti si immedesimano allo stesso modo. Il trasporto narrativo cambia da persona a persona, ed è per questo che i ricercatori lo misurano con un questionario. Una Contemplazione che oggi ti prende, domani può lasciarti indifferente, e va bene così.

Quinto: le Contemplazioni non sono una terapia. Sono esercizi di attenzione, e non sostituiscono il lavoro con un professionista quando serve.

Domande frequenti

Perché le storie ci coinvolgono così tanto?

La ricerca parla di trasporto narrativo: quando una storia ci prende, attenzione, immagini mentali ed emozioni convergono sulla scena, e il mondo intorno passa in secondo piano. In quello stato tendiamo a controbattere di meno e a sentire come nostre le esperienze dei personaggi. Succede in modo simile con storie vere e inventate.

Una storia può davvero cambiare qualcosa in chi la ascolta?

Alcuni studi hanno osservato cambiamenti in convinzioni e comportamenti dopo la lettura di una storia, ma per lo più piccoli e temporanei, e in condizioni precise. Non è una garanzia.

Nelle Contemplazioni la storia non serve a cambiarti. Serve ad aprire una porta: abbassa la resistenza e ti porta alla pratica.

Perché nelle Contemplazioni non si racconta in prima persona?

Perché la terza persona offre una distanza utile. Riconosci un atteggiamento in un personaggio prima di riconoscerlo in te, senza sentirti accusato.

Gli studi sulla distanza da sé suggeriscono che guardare un'esperienza da fuori aiuta a darle un senso. Poi la pratica riporta tutto nel tuo corpo, e la distanza si chiude.

Le Contemplazioni sono ipnosi?

No. Non ci sono suggestioni da accettare, né promesse su corpo o mente.

Sono esercizi di attenzione: una storia, una pratica in cui resti sveglio e presente, e un silenzio. La domanda finale chiede di osservare, non di credere a qualcosa.

Per continuare

Per sapere come si ascoltano nell'app, leggi Le Contemplazioni di Presenza: cosa sono e come ascoltarle. Per la parte di scrittura, Scrivere un diario fa bene?

Cosa dice la ricerca. La Fila, la prima Contemplazione, è nel piano Libero.