Essere · 6 min ·
Chi sono io: come farsi la domanda senza perdersi
La domanda più antica e più evitata, posta non per trovare una definizione ma per togliere strati.
Ti presenti a una cena di lavoro: nome, cognome, cosa fai, da quanto tempo. Poi qualcuno, più per gioco che sul serio, ti chiede: sì, ma tu chi sei? Ti accorgi di non avere una risposta diversa dal biglietto da visita, e la domanda chi sono io ti resta addosso per tutta la sera.
È la domanda più antica e più evitata. Questo Scritto non ti dà una risposta: ti mostra come farsela, senza perderti.
Perché chi sono io è la domanda più evitata?
Perché ha risposte pronte che sembrano bastare. Sono un padre, un'imprenditrice, un medico. Sono una persona timida, generosa, testarda: ogni risposta è vera, e nessuna è sufficiente.
Le usiamo ogni giorno, e funzionano finché i ruoli reggono. Ma basta un cambiamento, un lavoro che finisce, una relazione che si chiude, i figli che crescono, e la risposta si incrina. Chi sono, se non sono più questo?
C'è anche un motivo più sottile. La domanda, presa sul serio, fa un po' paura. Sembra aprire un vuoto, e preferiamo riempirlo in fretta con un'altra definizione.
Nel Metodo Presenza questa domanda è la porta del pilastro Essere, le fondamenta della Casa Interiore. Non perché porti a una risposta definitiva, ma perché, posta nel modo giusto, toglie strati invece di aggiungerne.
E togliere strati, a differenza di quanto si teme, non lascia il vuoto. Lascia ciò che c'era sotto, e per arrivarci bisogna prima capire cosa non sei.
Lo si vede bene nei passaggi della vita. Chi va in pensione, chi cambia città, chi attraversa una separazione spesso dice la stessa frase: non so più chi sono.
Cosa non sei, quando dici io?
Il modo più semplice per avvicinarsi alla domanda è procedere per sottrazione. Invece di cercare cosa sei, guarda cosa puoi osservare. Tutto ciò che puoi osservare, in un certo senso, non è chi osserva.
Puoi osservare il tuo corpo: le mani, il respiro, la stanchezza. Il corpo cambia continuamente, eppure qualcosa lo nota. Puoi osservare le emozioni, che vengono e vanno, e qualcosa le registra.
Puoi osservare i pensieri, anche quelli su di te: sono capace, non sono abbastanza, sono fatto così. Sono descrizioni che passano, e qualcosa le vede passare. Il Metodo chiama questo errore confondere l'essere con il pensare di essere.
Puoi osservare persino i ruoli. Ti vedi genitore a colazione, professionista in riunione, amico la sera: i ruoli cambiano nel corso della stessa giornata, e qualcosa li attraversa tutti senza essere nessuno di loro.
Questa sottrazione non è un gioco intellettuale. Fatta con calma, è un'esperienza diretta: ogni volta che riconosci qualcosa come osservato, ti sposti un po' più vicino a ciò che osserva.
Non serve credere a niente per fare questo esercizio. Basta guardare, con onestà, e notare che c'è sempre qualcosa che guarda.
Come farsi la domanda chi sono io senza perdersi?
La domanda può diventare un labirinto, se la affronti con la testa. La mente cerca risposte, costruisce teorie, si confonde. Per questo il modo giusto non è pensarla, ma usarla.
Usarla significa questo: quando arriva un pensiero su di te, invece di seguirlo, chiediti chi lo sta notando. Non cercare la risposta con il ragionamento. Lascia che la domanda ti riporti allo sfondo silenzioso in cui il pensiero è apparso.
In quel momento non trovi una definizione. Trovi una presenza senza nome, semplice, quieta, spesso così ordinaria da passare inosservata.
È qui che molti si perdono, perché si aspettano un'esperienza straordinaria. Il Metodo invita al contrario: a riconoscere che ciò che cerchi era già lì, sotto i ruoli, ogni volta che ti accorgevi di qualcosa.
La domanda non serve a scoprire qualcosa di nuovo. Serve a smettere di coprire ciò che c'era, e per questo non va posta una volta sola, ma ripetuta con pazienza.
Un segnale che la stai usando bene è la semplicità. Se dopo la domanda ti ritrovi a costruire ragionamenti complicati, sei tornato nella testa: lascia andare il ragionamento e torna allo spazio silenzioso.
Cosa cambia nella vita di tutti i giorni?
Una domanda così sembra lontana dalla vita concreta. In realtà cambia molto il modo di attraversare le giornate.
Quando sai di non essere solo il tuo ruolo, un fallimento professionale fa meno paura: resta doloroso, ma non ti cancella. Quando sai di non essere i tuoi pensieri, un giudizio negativo su di te diventa un pensiero tra gli altri, non una sentenza.
Cambiano anche le relazioni. Chi non ha bisogno di difendere un'immagine può ascoltare senza sentirsi minacciato, ammettere un errore, cambiare idea. È la base del pilastro Guidare: si guida dal centro, non dal personaggio.
E cambia il rapporto con il cambiamento stesso. I ruoli finiranno, il corpo invecchierà, le idee su di te si trasformeranno, e se le fondamenta sono altrove, nella presenza che osserva tutto questo, la casa regge anche quando le stanze cambiano.
Non è indifferenza. È una stabilità che ti permette di vivere tutto con più intensità, proprio perché non ne dipendi: le fondamenta servono a questo.
Non serve aspettare una crisi per accorgersene. Basta osservare, per qualche giorno, quante volte una parola o uno sguardo degli altri ti fa sentire diverso da chi eri un minuto prima.
Nella pratica: dieci minuti con la domanda
Siediti in un posto tranquillo per dieci minuti. Schiena dritta, mani appoggiate, occhi chiusi.
Lascia arrivare il primo pensiero su di te. Una preoccupazione, un giudizio, un progetto. Non scegliere, prendi quello che arriva.
Chiediti a chi arriva questo pensiero. La risposta immediata sarà: a me. Allora chiediti, con calma e senza cercare la risposta con la testa: chi sono io?
Resta nel silenzio che segue la domanda. Non riempirlo con definizioni. Nota lo spazio, anche se breve.
Quando arriva un nuovo pensiero, ripeti. Senza fretta, senza aspettarti niente di speciale.
Alla fine, torna al corpo. Senti i piedi, il respiro, la stanza. Poi apri gli occhi e riprendi la giornata.
Se durante la pratica senti disorientamento, un distacco forte o un disagio che non passa, fermati e torna al corpo. È una pratica semplice, ma tocca in profondità: va fatta con gentilezza.
Con il piano Presenza trovi tra le Guidate Chi Sono Io?, quindici minuti accompagnati da una voce, e nel libro Essere il capitolo La parola io lavora sulla stessa domanda. Nella Guida al Metodo, gratuita, il capitolo Io non sono questo pensiero propone la pratica Scollarsi.
Domande frequenti
Esiste una risposta alla domanda chi sono io?
Non nel senso di una definizione da imparare. Ogni risposta fatta di parole, sono questo o quello, è un altro pensiero da osservare.
La domanda serve a togliere gli strati, non ad aggiungerne. Ciò che resta non si descrive facilmente, ma si riconosce: è la presenza che nota ogni pensiero, compreso quello che cerca la risposta.
La domanda chi sono io può far stare male?
Per alcune persone può essere destabilizzante, soprattutto nei periodi difficili. Se la pratica porta disorientamento, sensazione di irrealtà o angoscia che non passa, interrompila e torna a gesti concreti, come camminare o sentire i piedi a terra. Se queste esperienze persistono, parlane con un medico o uno psicoterapeuta.
Che differenza c'è tra chiedersi chi sono io e conoscere se stessi?
Conoscere se stessi, nel senso comune, significa capire il proprio carattere, le proprie ferite, i propri schemi. È un lavoro utile, ma resta nel campo dei pensieri su di sé. La domanda chi sono io va in un'altra direzione: non cerca una descrizione migliore, cerca ciò che c'è prima di ogni descrizione.
Per continuare
Il pilastro Essere ha un libro intero nella Biblioteca: introduzione e primo capitolo sono leggibili da tutti, e il capitolo La parola io è dedicato a questa domanda. Per l'esperienza da cui parte, leggi Non riesco a stare senza fare niente: perché succede. Per la mappa completa, Sentirsi vuoti dentro quando fuori va tutto bene.